di Simona Sanchirico
Visitare Lanuvio in autunno significa perdersi in
lunghe passeggiate nelle suggestive stradine o tra antiche
rovine e meravigliarsi di fronte all’avvicendarsi di
incantevoli scorci paesaggistici e monumentali: dalla
Fontana degli Scogli, risalente al 1675, al turrito
Castello Medievale, circondato ancora oggi dalle mura
originarie; dalla Chiesa Collegiata, nell’antico borgo, a
Palazzo Colonna che, nella sua facciata principale,
ingloba un sarcofago marmoreo romano del III sec.
d.C.; da Villa Sforza Cesarini, dove sono state rinvenute
evidenti tracce dell’antica acropoli lanuvina, ai resti
del monumentale tempio di Giunone Sospita.
Nell’antica torre del castello, detta “rocca” e
costruita nel XV secolo, è stato allestito un vero e proprio
Museo del vino nel quale sono conservati vecchi
attrezzi agricoli e al cui interno trova posto anche
l’enoteca comunale che, oltre a essere diventata un
luogo di ritrovo e di incontro, rappresenta soprattutto
un modo per conoscere l’antica tradizione che ha reso
Lanuvio luogo di produzione di ottimo vino doc.
Un’occasione davvero unica per apprezzare la cultura
enologica lanuvina è la festa del Vino Novello che si
tiene ogni anno, a metà Novembre, in questo incantevole
fiore all’occhiello dei Castelli Romani. In tale circostanza
viene proposta al pubblico la degustazione
dell’apprezzato vino rosso locale, la cui storia affonda
le radici in tempi lontanissimi. E infatti la storia del
vino è anche, in un certo senso, la storia dell’umanità.
Risulta pertanto davvero complesso ma anche estremamente
importante tracciarne il corso: ogni popolazione possiede una sua storia del vino, anche se probabilmente
le sue origini vanno ricercate in oriente, culla
della civiltà. Sembra addirittura che la vitis vitifera, a
cui appartengono quasi tutte le moderne varietà
d’uva, risalga cronologicamente ai tempi preistorici. La
Bibbia, nella Genesi, riferisce che Noè, appena sceso
dall’arca, dopo il diluvio, piantò una vigna per ottenerne
vino, fornendoci dunque testimonianza del fatto
che le tecniche enologiche erano ben conosciute già
in un’epoca assai remota.
Gli Egiziani furono maestri e depositari di tali
metodologie, come testimoniato da numerosi geroglifici
che riportano registrazioni accurate di tutte le fasi
del processo produttivo: dal lavoro in vigna alla conservazione.
Attraverso i Greci e i Fenici il vino si diffuse in
Europa e i poemi omerici testimoniano ampiamente la
presenza e l’importanza della bevanda: a Polifemo, ad
esempio, viene propinato puro un vino che, secondo le
usanze dell’epoca, veniva diluito con acqua. In Grecia il
rituale della commensalità si esprimeva attraverso la
separazione delle attività connesse al cibo - il banchetto
(deipnon) - e di quelle connesse alle bevande - il simposio
(symposion) - secondo precise abitudini rimaste
immutate nel tempo. Al banchetto seguiva il simposio,
nell’ambito del quale si servivano cibi salati, dolci e,
finalmente, vino in abbondanza. Poiché bere il prezioso
liquido puro era ritenuto usanza barbara, esso veniva
servito sempre diluito con acqua fredda o tiepida: compito
del simposiarca era deciderne le proporzioni.Quindi in un cratere centrale - dal quale i coppieri
attingevano con i mestoli la bevanda da versare nei calici
dei convitati - veniva preparata la miscela di acqua e
vino. A Locri, in Magna Grecia, le leggi di Zaleuco prevedevano
addirittura la pena di morte per chi avesse
bevuto vino puro senza prescrizione medica. Durante il
simposio i convitati si cingevano la testa con bende,
fiori e corone, offrivano libagioni alle divinità, si davano
ai divertimenti e assistevano a spettacoli musicali.
Ingrediente onnipresente nell’antica cucina romana
era il vino cotto, profuso senza limitazioni, impiegato
semplice o condito con il miele, nella versione di
passito, di sapa, di defrutum e di caroenum. Il vino mielato
si otteneva abbastanza semplicemente: bastava
mescolare qualche cucchiaiata di miele al denso liquore
tanto più che, anticamente, il vino non era pastorizzato
né filtrato. Il passito, tratto dai grappoli d’uva fatta
per l’appunto “passire” sui graticci, potrebbe essere
paragonato all’attuale “Marsala” o “Pantelleria”.
L’antica ricetta del Conditum Paradoxum - il vino
meraviglioso speziato - tramandata nel De Re Coquinaria
di Apicio, rivela la sua origine greca già nell’aggettivo
paradoxum, derivante appunto dal greco paràdoxos,
che stava a indicare proprio l’effetto sortito dall’assunzione
della bevanda. Nonostante l’impiego veramente
notevole di pepe, questo vino aveva la caratteristica di
essere molto dolce: infatti 9 o 10 litri di liquido si temperavano
addirittura con 4 o 5 chilogrammi di miele.
La presenza di noccioli di datteri polverizzati conferiva
allo sciroppo anche proprietà mediche. Durante l’Impero le tecniche legate alla viticoltura
raggiunsero livelli molto elevati e l’uso di tale
bevanda tra la gente era così diffuso che i viandanti,persino in cammino, non potevano rinunciare alla
consuetudine, tutta romana, di condire e di personalizzare
i vini: essi, infatti, portavano sempre con loro un
piccolo vaso di miele e uno di pepe con cui insaporivano
all’istante i vini serviti nelle osterie e nei thermopolia
che incontravano lungo le vie.
A differenza dei Greci, che conservavano il vino in
anfore di terracotta, i Romani cominciarono a usare
barili in legno e bottiglie di vetro, introducendo il concetto
di “invecchiamento”. La viticoltura nei Castelli
Romani era già diffusa nei primi anni dell’Impero, tanto
che il vino laziale si esportava in tutte le regioni: per
questo motivo Ostia era diventata un emporio vinario
di grande importanza. L’intensa attività di coltivazione
della vite nella campagna romana e l’enorme importanza
del suo frutto spremuto sono attestate anche dai
culti praticati nella zona, la cui diffusione è testimoniata
da numerosi ritrovamenti. Nel 1908, nel corso di
lavori agricoli, fu scoperto, in località Torre del Padiglione,
nell’ager lanuvinus, un pregiato bassorilievo in
marmo pentelico raffigurante Antinoo (l’amasio dell’imperatore
Adriano, annegato nel 130 d.C. nelle
acque del Nilo) in probabili sembianze di Silvano, la
divinità agreste romana assimilata al Sileno greco, che
tagliava i grappoli della vite con un falcetto impugnato
a destra, mentre nella mano sinistra teneva forse un
grappolo d’uva. Anche la presenza di statue di culto di
Dioniso attesta la diffusione e, dunque, l’amore per il
vino nutrito dagli abitanti dell’ager lanuvinus. Ad esempio,
all’incrocio tra via del Bottino e via Colle del Cavaliere a Lanuvio, si rinvenne una statua di Dioniso
in più frammenti, in marmo bianco venato: il dio, dall’aspetto
giovanile, rivestito di una nebride (pelle di
cerbiatto), venne rappresentato proprio nell’atto di versare
vino da un kantharos ovoide, mentre sorreggeva
con l’altra mano una piccola pantera. I tratti di Dioniso
incarnano lo spirito di tutto ciò che è vita: egli è il
dio agreste della vegetazione rigogliosa, nonché dio
della fertilità, il principio per cui le cose vive generano
i viventi. Non solo: Dioniso è il dio dell’uva e del vino
e, quindi, è il nume tutelare dell’ebrezza e della perdita
della ragione. Dioniso toglie le inibizioni, riconduce gli
uomini al loro stato primordiale e selvaggio, li fa ballare,
gridare, agitare, li spinge a un’esaltazione che porta
all’orgia e alla violenza: tutto questo è però privo di
ogni significato negativo, in quanto nulla può ritenersi
giusto o ingiusto nell’enthousiasmòs delirante.
In Grecia Dioniso era l’unico dio che concedeva alle
donne e agli schiavi di partecipare ai suoi riti: nella terra
degli dei il vino era di tutti e per tutti, indistintamente. Per
le donne, che normalmente non erano ammesse ai simposi,
i misteri bacchici costituivano forse l’unica occasione
per evadere dalle rigide limitazioni imposte dal loro ruolo
sociale e sentirsi, finalmente, libere. A Roma, invece, il vino
era loro vietato e bevuto e gustato solo da uomini liberi e
maturi. Se per i Greci Dioniso era il patrono dell’evasione
controllata e rappresentava la valvola che garantiva la stabilità
del sistema, non era così per i Romani. In prospettiva
ellenica i riti bacchici avevano una funzione doppia: a
livello individuale quella di procurare sollievo nella vita e preparare a una buona morte, a livello comunitario di
garantire la pace sociale.2 Simbolo di un tale profondo senso
di libertà poteva essere anche l’omologo latino Liber,
patrono della prosperità, tuttavia il senato romano percepiva
la diffusione del culto dionisiaco fra la gente come
estremamente pericoloso per la stabilità sociale al punto
che, nel 186 a.C., decretò disposizioni legislative tendenti
a limitare sia a Roma sia in Italia il culto dei Baccanali, le
feste orgiastiche in onore di Dioniso. Nonostante tali
misure restrittive, a Lanuvio la diffusione della ritualità
bacchica è attestata, in maniera straordinaria, dal dipinto ad
affresco con scena di iniziazione dionisiaca,3 risalente a età
augustea, i cui frammenti sono conservati in una teca del
Museo civico Lanuvino, vero tempio della memoria della
storia e delle tradizioni di questo antico territorio.
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